Crea sito

Che cosa c’è in un nome

Il nome che portiamo spesso ci è stato dato in modo arbitrario o circostanziale. Non così il nome “Gesù”, datogli alla Sua nascita.

Dii fronte alla gravidanza di Maria, della quale non era responsabile, Giuseppe, suo promesso sposo, medita di abbandonarla segretamente. Dio, però, gli rivela in sogno che ciò che era stato generato in lei proveniva da Dio stesso e che dell’integrità morale e spirituale di Maria egli non doveva temere. Quel bambino avrebbe avuto un destino, una missione, del tutto particolare, segnalata dal significato del nome stesso che quel bimbo avrebbe dovuto ricevere, cioè Gesù.

Il messaggio che Giuseppe riceve, ritrasmesso fino a noi oggi dal Nuovo Testamento, è preciso ed inequivocabile: “Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati” (Matteo 1:21).

Benché per noi, lontani nel tempo e nello spazio dal contesto in cui era risuonato per la prima volta, i termini di quel messaggio possano possano essere poco comprensibili e facilmente equivocabili, la verità che esprime ha valenza universale. La Scrittura stessa ci aiuta ad interpretarlo e ad applicarlo anche a noi.

Venuto per salvare

Il nome “Gesù” deriva dall’ebraico e può essere reso in italiano con “Salvatore”. Esso corrisponde a quello del personaggio biblico di Giosuè, colui che aveva guidato il popolo di Israele ad entrare e stanziarsi nella terra che Dio aveva loro promesso. Gesù o Giosuè era sicuramente un nome comune a quel tempo, ma solo per il figlio di Maria di Nazareth esso avrebbe avuto una valenza unica.

Il messaggio afferma che la missione di Gesù sarebbe stata quella di “salvare”. A parte dall’uso che si fa di questo verbo nell’informatica, salvare significa “liberare dal pericolo”, “trarre in salvo” da situazioni nelle quali si corre il rischio di morire. Pensiamo al pronto soccorso degli ospedali, alla Croce Rossa, alle squadre di salvataggio o di “pronto intervento” in mare o in montagna, all’opera dei medici e dei terapeuti del corpo e della mente. Penso a chi salva persone da situazioni di indigenza oppure a coloro che non solo salvano dalla morte persone che vorrebbero togliersi la vita, ma anche che le accompagnano a restituirvi un senso.

La missione di Gesù sarebbe stata, e rimane a tutt’oggi, quella di “salvare”, ma da che cosa? Lo dice chiaramente il testo che stiamo esaminando: Egli è venuto essenzialmente per salvare creature umane dai loro peccati. E’ ciò che la Bibbia chiama peccato, infatti, quel che sta alla radice di tutte le disfunzioni presenti in questo mondo, sia a livello individuale che collettivo.

Una questione di vita e di morte

Pregiudicando il nostro rapporto con Dio, il peccato pregiudica anche la dimensione che potremmo chiamare “ultraterrena” della nostra esistenza individuale. Nelle Sacre Scritture, il peccato è qualcosa che di fatto mette a serio rischio non solo la nostra salute in tutte le sue dimensioni, ma pure la nostra vita stessa. Anche dire “mette a serio rischio” di fatto è un’espressione inadeguata che potrebbe “ammorbidire” indebitamente le conseguenze del peccato sull’esistenza umana di fatto gravissime e tragiche. E’ una condizione che le Sacre Scritture non temono di definire di assoluta perdizione. Sì, siamo creature condannate, perdute, irricuperabili, se non fosse che, per la Sua misericordiosa iniziativa, Dio interviene direttamente per porvi parziale rimedio. Questo Egli ha fatto inviando fra di noi Gesù Cristo, la cui missione era e rimane quella di salvarci dal peccato e dalle sue fatali conseguenze.

E’ solo a nostro detrimento che oggi, infatti, a causa della diffusa ignoranza delle Sacre Scritture e dell’arroganza umana che pensa di saperla più lunga, spesso non si intende più correttamente il significato del termine “peccato” e la sua gravità. Il più delle volte, infatti, lo si equivoca, lo si ignora o, peggio, lo si mette in ridicolo.

Dobbiamo assolutamente ricuperare il significato originale ed autentico di peccato, quello che la Bibbia stessa ci insegna. Solo allora potremo apprezzare ciò che il Salvatore Gesù Cristo, è venuto a compiere, che può essere definito nulla di meno che “una questione di vita o di morte”.

Un concetto equivocabile

Il concetto di peccato è strettamente legato alla legge morale alla quale sovranamente Dio ha sottoposto la creatura umana. La Scrittura afferma: “Chiunque commette il peccato trasgredisce la legge: il peccato è la violazione della legge” (1 Giovanni 3:4). Peccato è mancanza di conformità alla legge di Dio, legge di perfetta giustizia e vita, legge condensata nel Decalogo mosaico. La non conformità alla legge di Dio inevitabilmente causa disfunzioni e morte. “...perché il salario del peccato è la morte” (Romani 6:23). Morte è da intendersi qui in tutte le sue accezioni. La nostra società e la nostra esistenza stessa, infatti, è caratterizzata da malattia e morte a tutti i livelli. Il peccato, inoltre, ci rende del tutto incompatibili con Dio, per il quale eravamo stati creati. Dio detesta gli operatori di iniquità (Salmo 5:5). Essi sono sottoposti al Suo giusto giudizio di condanna, quella che la Scrittura chiama “ira di Dio”. Noi siamo creature condannate. Da questa tragica condizione non possiamo sfuggire.

Ecco, però, che Dio, che oltre ad essere giustizia è pure amore e misericordia, concede la grazia della salvezza nella Persona ed opera di Gesù Cristo, inviato in questo mondo come mezzo di riscatto e di riconciliazione con Lui. Nella Sua vita, morte e risurrezione, Gesù “salda il debito” del peccatore ravveduto che si affida a Lui e, tramite Lui, uomini e donne che Dio spiritualmente rigenera, iniziano un cammino di santificazione che culminerà nell’eterna comunione salvifica con Dio. “...perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 6:23). Gesù dice: “In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita!” (Giovanni 5:24).  Lui è l’unica via d’uscita dalla disperata condizione umana, condizione che in Lui è rigenerata a nuova vita.

Il messaggio degli apostoli di Cristo è così chiaro e senza compromessi:  “In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati” (Atti 4:12), come pure: “Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo” (Atti 2:38).

Il Suo popolo

C’è qui ancora un ultimo punto da considerare. Il nostro testo di partenza afferma: “Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati” (Matteo 1:21). Cristo è venuto per salvare non l’intero mondo, ma “il suo popolo”. Di chi si tratta?

Con l’espressione “il Suo popolo” non si intende qui il popolo ebraico nell’ambito del quale Gesù nasce, benché indubbiamente molti israeliti allora avessero riposto la loro fiducia in Gesù come l’atteso Messia, trovandovi il perdono dei loro peccati e la vita eterna. Per “Suo popolo” si intende tutti coloro che, in ogni tempo e paese, Dio ha affidato a Cristo affinché vi trovassero la grazia della salvezza; tutti coloro che, ravvedendosi dai loro peccati, ripongono in Lui la loro fiducia e Lo seguono come proprio Signore e Salvatore.

Essi sono “i molti” profetizzati da Isaia:  “Egli vedrà il frutto del travaglio della sua anima e ne sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il giusto, il mio servo, renderà giusti molti, perché si caricherà delle loro iniquità” (Isaia 53:11), e ai quali si riferisce l’Apostolo: “Infatti, ... per l'ubbidienza di uno solo, i molti saranno costituiti giusti” (Romani 5:19). Lo stesso concetto è ribadito dall’epistola agli Ebrei: “così anche Cristo, dopo essere stato offerto una volta sola per portare i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza peccato, a coloro che lo aspettano per la loro salvezza” (Ebrei 9:28).

Essi sono coloro che Dio Padre affida a Gesù, come dice Egli stesso: “Tutto quello che il Padre mi dà verrà a me; e colui che viene a me, io non lo caccerò fuori” (Giovanni 6:37). Essi sono “le pecore” di Cristo. “...ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono” (Giovanni 10:26-27). E’ il “popolo speciale” che Egli è venuto a purificare: “...il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e purificare per sé un popolo speciale, zelante nelle buone opere” (Tito 2:14), coloro che sono stati “eletti secondo la preordinazione di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito, per ubbidire e per essere aspersi col sangue di Gesù Cristo” (1 Pietro 1:2).

“...perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati” , potrebbe anche tradursi “la Sua chiesa”, come dice Efesini 5:25: “Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei”, la chiesa che qui è da intendersi non come un’istituzione terrena, ma una realtà spirituale conosciuta solo da Dio.

Un nome prezioso

Che cosa c’è, dunque, nel nome Gesù? Il dono più prezioso che mai si possa ricevere, Colui attraverso il quale vi è il perdono dei peccati attraverso il ravvedimento e la fede in Lui, la riconciliazione autentica con Dio. Ecco perché il messaggio dell’Evangelo attraversa i secoli per raccogliere tutti coloro che Dio vuole che facciano parte del Suo popolo e, traendoli dal resto dell’umanità perduta, concedere loro la grazia della riconciiliazione con Sé. Dice l’Apostolo: “Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio” (2 Corinzi 5:20).