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Perché il culto pubblico sospeso? Ne parla la Bibbia!

Della sospensione del culto pubblico se ne parla anche nella Bibbia. La considera un’espressione del giudizio di Dio per l’infedeltà del Suo popolo. Dio tramite il profeta Osea supplica Israele di abbandonare la sua prostituzione spirituale, sotto la solenne minaccia di rimuovere il suo culto pubblico: “Farò cessare tutte le sue feste; quelle annuali e quelle mensili, le celebrazioni del sabato e tutte le sue solenni riunioni religiose” (Osea 2:13). Israele non aveva però ascoltato questo motivo, né sua nazione sorella Giuda, quindi Dio aveva realizzato la sua minaccia. Geremia si lamenta sotto la prigionia babilonese, “Ha ridotto il suo tempio a un giardino

devastato, ha demolito il luogo dove incontrava il suo popolo. Il Signore ha fatto dimenticare in Sion le feste e il sabato. Nell’indignazione della sua collera ha ripudiato re e sacerdoti” (Lamentazioni 2:6). Sebbene da noi i nostri edifici ecclesiastici non siano ancora stati distrutti, non dovremmo affermare con orgoglio che la rimozione temporanea del nostro culto pubblico non sia un giudizio di Dio. Almeno è chiaro, Dio ha promesso che i peccati del suo popolo avrebbero avuto il risultato di chiudere le loro chiese, lo ha sicuramente fatto in passato e lo farà sicuramente in futuro. “Come siete cambiati! Ricordate come eravate da principio, tornate a essere come prima! Altrimenti, io verrò e leverò dal suo posto il vostro candelabro” (Apocalisse 2:5).

Dio dà nella Scrittura molte ragioni per i suoi giudizi sulla chiesa. Una comune è la superstizione, cioè praticare espressioni di culto inventate dall’uomo e non prescritte da Dio stesso. Dio vieta ogni espressione superstiziosa di culto nel secondo comandamento: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso”(Esodo 20: 4–5). Ripete questo rifiuto dell’adorazione inventata nelle parole di Cristo contro i Farisei: “Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uominii” (Matteo 15: 9). Poi di nuovo nell’insegnamento di Paolo contro “prescrizioni e insegnamenti di uomini” (Colossesi 2: 21–22). Paolo ammette che “hanno una parvenza di sapienza con la loro falsa religiosità e umiltà e mortificazione del corpo, ma in realtà non hanno alcun valore se non quello di soddisfare la carne” (2:23), vale a dire, hanno origine dalla volontà dell’uomo e non dalla volontà di Dio. Nota anche come il secondo comandamento si concluda con una seria minaccia: “Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano” (Esodo 20: 5). La storia dimostra che questa minaccia non è inattiva. Israele per mano di Aaronne si era fatto vitello fuso e aveva proclamato una festa all’Eterno, celebrata con atti di adorazione e di baldoria (Esodo 32: 3–6). Dio per questo giorno santo non autorizzato aveva minacciato di distruggerli tutti (v. 10), quindi ha ordinato l’esecuzione di circa tremila (v. 28) e una piaga per il resto (v. 35). Non molto tempo dopo, i figli di Aaronne, Nadab e Abihu, furono consumati perché “presentarono davanti al Signore un fuoco illegittimo, che il Signore non aveva loro ordinato” (Levitico 10:12). Il re Uzzia per la sua presunzione di bruciare incenso, sebbene non fosse sacerdote, fu colpito dalla lebbra per tutta la vita (2 Cronache 26: 16–21). E terribilmente, quando il popolo di Dio bruciò i loro figli e le loro figlie nel fuoco, la sua parola di condanna non era che avevano commesso un omicidio, ma piuttosto una superstizione: “…cosa che io non avevo mai comandato e che non avevo mai pensato” (Geremia 7:31). Per questa superstizione il luogo del loro sacrificio inventato sarebbe diventato la valle del loro stesso massacro (v. 32).

Dobbiamo rendere culto a Dio soltanto come egli espressamente prescrive nella sua parola secondo l’esempio delle comunità cristiane descritte nel Nuovo Testamento. Tutto il resto è superstizione che Egli odia. Anche nelle chiese spesso si esprime spesso il culto in forme e contenuti non espressamente prescritti. Giustificarci in varie maniere non vale. Dobbiamo fare solo ciò che è prescritto.

Se I giudizi di Dio nell’Antico Testamento possono sembrarci “duri e spietati” è per ammonirci a prendere le questioni che riguardano il culto molto seriamente.

Non possiamo parlare infallibilmente delle nostre circostanze attuali. Solo Dio conosce tutti i motivi della sua provvidenza. Ma possiamo vedere da questi comandi ed esempi che un’adorazione falsa e superstiziosa merita un giudizio come quello in cui ci troviamo; anzi, uno molto peggio. Pertanto, nella misura in cui oggi la chiesa nutre superstizioni simili a quelle che talvolta avvenivano anche nella chiesa antica, dobbiamo ricordare l’avvertimento di Cristo: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (Luca 13:5).